L’11 febbraio 2026, in occasione della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, è stato presentato presso l’Università di Modena e Reggio Emilia il Rapporto di genere AlmaLaurea 2026.
I dati di questa seconda edizione dell’indagine sulle differenze tra laureate e laureati rivelano che, a fronte di una netta prevalenza femminile tra i laureati (quasi il 60%), la rappresentanza di genere diminuisce con l’aumentare del livello formativo; rimangono inoltre evidenti in modo sistematico le differenze di genere nelle scelte dei percorsi universitari, negli esiti occupazionali e nelle condizioni di lavoro.
Più precisamente – si legge nel Rapporto –, il fatto che le donne siano la maggioranza dei laureati è un dato ormai storico, ma la loro presenza varia secondo il tipo di percorso. Nel 2024 sono il 69,4% tra i laureati magistrali a ciclo unico, il 59,4% tra i laureati di primo livello e il 57,8% tra i laureati magistrali biennali; tra i dottori di ricerca, la quota femminile è il 49,7%. All’aumentare dei livelli educativi dopo il primo titolo, le donne proseguono meno spesso rispetto agli uomini.
Sul fronte delle performance universitarie, le laureate risultano mediamente più brillanti: conseguono più spesso il titolo nei tempi previsti (60,9% contro 55,4%) e ottengono un voto medio più alto (104,5/110 contro 102,6/110). Il Rapporto evidenzia anche il risultato della formazione pre-universitaria: le donne presentano un voto medio di diploma migliore (85,2/100 contro 82,6/100) e provengono più spesso dai licei (77,9% contro 65,6%).
La distribuzione per ambiti disciplinari resta fortemente differenziata e, in generale, i fattori culturali e sociali che agiscono lungo l’intero percorso formativo influiscono sulle scelte.
Se si osserva l’area dell’educazione e dell’insegnamento, emerge uno degli squilibri di genere più marcati: nei corsi di laurea magistrale a ciclo unico del gruppo Educazione e Formazione, la presenza femminile supera il 95% – una concentrazione molto elevata, che non è presente in maniera così vistosa in altri ambiti disciplinari.
L’indagine evidenzia che la quasi totale presenza femminile in questi percorsi non rappresenta di per sé una criticità; diventa tuttavia un elemento di squilibrio laddove non sia accompagnata da una presenza altrettanto solida nei settori tecnico-scientifici con un’alta retribuzione.
In ambito STEM, la presenza femminile resta infatti contenuta e stabile: tra i laureati 2024 è il 41,1% (invariata dal 2015), mentre tra i dottori di ricerca STEM la quota femminile scende al 36,7% (nelle altre aree disciplinari di dottorato, le donne superano invece il 50%).
La segregazione di genere nei percorsi STEM – dice il Rapporto – non può essere ricondotta a fattori individuali: riflette semmai l’effetto di condizionamenti sociali e culturali che agiscono lungo l’intero percorso formativo; le scelte universitarie sono quindi spesso il risultato, di certo non l’origine, di disuguaglianze costruite nel tempo.
Per quanto riguarda infine la retribuzione, è confermato il vantaggio degli uomini: a cinque anni dalla laurea, percepiscono in media circa il 15% in più rispetto alle donne.