Nel XXIV Rapporto annuale dell’INPS, pubblicato il 15 luglio 2025, si riportano tra gli altri dati e analisi riferiti al congedo di paternità.

Si ricorda che dal 2013 al 2016 il congedo obbligatorio di paternità comprendeva 2 giornate di astensione lavorativa; nel biennio 2017-18 era raddoppiato a 4 giornate, che sono diventate 5 nel 2019, 7 nel 2020 e infine, dal 2021, 10.  Per tale congedo è riconosciuta, per tutto il periodo, un’indennità giornaliera pari al 100 per cento della retribuzione.

Dal Rapporto emerge che l’adesione al congedo obbligatorio di paternità ha registrato una crescita costante durante il suo primo decennio di implementazione, con un incremento significativo dal 20% circa, nel 2013, al 64,02% nel 2022. La crescita sembra tuttavia essersi fermata negli anni successivi, con tassi di fruizione che si sono stabilizzati sul 64,5% nel 2023 e sul 64,8% nel 2024.

Oltre al tasso di utilizzo (take-up), è stato verificato anche se i padri fruiscano dell’intero periodo di 10 giorni a disposizione o se optino per una durata inferiore.

Secondo il rapporto, in media i padri lavoratori fruiscono di 7,17 giorni di congedo; circa un padre su quattro sceglie di utilizzare completamente il congedo a disposizione; il 66,21% dei beneficiari si astiene dal lavoro per almeno 7 giorni. 

Dall’analisi complessiva emerge un quadro positivo, ma con significative aree di miglioramento. Se da un lato la maggioranza dei beneficiari sceglie di fruire di gran parte del periodo disponibile, dall’altro lato circa il 30% di loro utilizza meno della metà dei giorni a disposizione.

Tra le ragioni del ricorso parziale al congedo parentale, le pressioni presenti nell’ambiente di lavoro, che scoraggiano assenze prolungate – soprattutto in determinati settori o ruoli professionali –, e la persistenza di stereotipi di genere che continuano a influenzare la ripartizione dei compiti di cura all’interno della coppia.

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