Dal periodico Giustizia del 24 ottobre 2025

L’intervento dell’avvocato Giulia Bongiorno, figura di riferimento nella lotta alla violenza di genere, da combattere in primis sul piano culturale, sensibilizzando l’opinione pubblica.

In un Paese in cui ogni tre giorni una donna viene uccisa per mano di un uomo che diceva di amarla, il silenzio non è più un’opzione. Siamo di fronte a un’emergenza che, purtroppo, non accenna a diminuire. I dati recenti, sebbene mostrino una flessione nel numero assoluto di omicidi totali, evidenziano una tendenza drammatica e consolidata: la maggior parte delle donne uccise in Italia trova la morte in ambito familiare o affettivo, per mano del partner o ex partner.

Non si tratta di raptus o di gelosia: si tratta di violenza di genere, esercitata da uomini incapaci di accettare l’autonomia, il rifiuto o la libertà della donna. Una violenza che quasi sempre inizia molto prima del delitto, tra le mura domestiche, sotto forma di controllo, insulti, minacce, aggressioni. Il luogo che dovrebbe essere il più sicuro – la casa – si trasforma nel più letale. «L’omicidio matura in un ambiente “normale”. Capisco che questo possa spaventare: ci dà la sensazione che il male sia in mezzo a noi. Ma è sbagliato e pericoloso fingere che non sia vero» precisa l’avvocato e senatrice Giulia Bongiorno.

Con la sua esperienza in tribunale è impegnata a colmare il divario tra la norma scritta e la sua efficacia reale, portando avanti una battaglia che è prima di tutto culturale.

Senatrice ci può parlare degli obiettivi legislativi raggiunti anche grazie al suo impegno politico e divulgativo?

«Senza dubbio sono stati raggiunti obiettivi importanti, ma ricordo che anche la migliore delle leggi non è efficace se non viene applicata correttamente e che le leggi da sole non bastano a generare quel cambiamento più vasto, di tipo culturale, che senz’altro possono e devono accompagnare.

Nel 2009 è stato introdotto nel codice penale il reato di atti persecutori: una battaglia che avevo iniziato a combattere, incontrando non poche resistenze, quando sono stata nominata presidente della Commissione Giustizia della Camera dei deputati, all’inizio della XVI legislatura.

Sono poi firmataria del cosiddetto Codice Rosso, legato a un’idea di Doppia Difesa nata dal caso di Noemi Durini, sedici anni, uccisa nel 2017 dal fidanzato: le denunce della madre Imma erano rimaste inascoltate. Grazie al Codice Rosso, le vittime di violenza possono essere tutelate in modo più tempestivo, perché devono essere ascoltate entro tre giorni dalla denuncia; in caso contrario – per effetto del Codice Rosso rafforzato – il procuratore ha facoltà di revocare l’assegnazione del fascicolo per affidarlo a chi può intervenire subito, secondo quanto previsto nella legge in materia di assunzione di informazioni dalle vittime di violenza domestica e di genere, approvata ancora su mia iniziativa.

Un’altra legge da me firmata, che definisco “anti-inquinamento prove”, è quella che impedisce a chi è indagato per femminicidio – che sia il coniuge, il partner dell’unione civile o un parente stretto – di autorizzare la cremazione del corpo della compagna o della moglie. La proposta nasce dal fatto che la legislazione attuale riconosce al coniuge o al parente più prossimo, in assenza di testamento, il diritto di decidere sulla eventuale cremazione del cadavere, senza tener conto che la cremazione permette di distruggere prove fondamentali per il processo».

La Fondazione Doppia Difesa come è nata e quali risultati ha raggiunto?

«Doppia Difesa è una Fondazione Onlus, costituita nel 2007 da me e da Michelle Hunziker. Aiuta chi ha subìto abusi e violenze, e in particolare chi non ha il coraggio o le capacità di intraprendere un percorso di denuncia. Le attività istituzionali di Doppia Difesa sono sostegno e tutela delle vittime, specie di violenza di genere e domestica, a fronte di reati di violenza sessuale, maltrattamenti, atti persecutori, revenge porn (reati rientranti nella Legge c.d. Codice Rosso), che spesso si accompagnano alla violazione degli obblighi di assistenza familiare, alla necessità di separazioni personali e regolamentazione delle relazioni genitori/figli in contesti familiari violenti.

La Onlus offre alle vittime, senza oneri a loro carico, servizi di consulenza e assistenza legale (penale e/o civile) e servizi di consulenza e assistenza psicologica, erogati attraverso uno staff di operatori, psicologi e legali – penalisti e civilisti – specializzati in materia. Nel novembre del 2023 è stata avviata un’iniziativa per accompagnare le vittime verso il raggiungimento dell’indipendenza economica. Attraverso un protocollo d’intesa firmato con il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, e con l’aiuto di professionisti del settore, Doppia Difesa cerca di formare, collocare e/o ricollocare le donne che hanno subìto violenza.

Inoltre, opera per sensibilizzare l’opinione pubblica, in ottica preventiva, e da sempre è attiva nel sollecitare l’introduzione di nuove misure per contrastare le diverse forme di violenza: come nel caso del Codice Rosso».

Quali sono i segnali concreti che devono metterci in guardia o spingerci a chiedere aiuto per noi stessi o per qualcuno a noi caro che temiamo sia vittima di violenza?

«Innanzitutto, le condotte di controllo e di isolamento, insieme ai comportamenti vessatori e di prevaricazione psicologica, che tendono a essere più facilmente tollerati e sminuiti ma non sono meno pericolosi delle aggressioni fisiche.

Quasi sempre la violenza è l’esito non di un gesto di follia, ma dell’idea che la donna è un essere inferiore: ne derivano vessazioni e discriminazioni, in famiglia come sul posto di lavoro, in un crescendo di minacce, offese e aggressioni, sia verbali sia fisiche.

Di recente la Cassazione ha chiarito che è riconducibile nel delitto di maltrattamenti anche la condotta di chi ostacola l’emancipazione economica della donna, negandole di intraprendere percorsi formativi e impedendole di trovare un’occupazione lavorativa.

Molte donne non si sottraggono a situazioni di violenza anche perché non sono in grado di provvedere a sé stesse e ai figli.

Concludo raccomandando a tutte di non cedere alla richiesta di farsi geolocalizzare attraverso il telefono e di non cadere nella trappola di rendere conto via sms di qualunque cosa: dove sei, cosa fai, con chi sei, come sei vestita… Sono pretese dettate da una mania di controllo che è rischioso assecondare».

Cosa ne pensa dei giovani di oggi?

«Le statistiche ci dicono che giovani e giovanissimi non rappresentano affatto una componente minoritaria del problema della violenza di genere: sono tante le ragazze di età inferiore ai 17 anni che hanno subìto violenza dal partner, attuale o ex.

Molte vittime di violenza sessuale, anche di gruppo, sono minorenni e minorenni sono spesso anche gli autori di questi reati. Non voglio demonizzare la rete, ma è un dato di fatto che oggi, attraverso internet e i social, i ragazzi – perennemente connessi – hanno accesso in età precoce a contenuti dominati dall’aggressività, caratterizzati da un linguaggio discriminatorio e pieni di riferimenti sessuali, anche espliciti.

Proprio questa aggressività generalizzata ha portato Doppia Difesa ad aumentare le iniziative e gli interventi presso le scuole, di tipo informativo e di sensibilizzazione: parliamo di rispetto reciproco, attenzione e considerazione per gli altri, eguaglianza, comprensione, fiducia, ma al tempo stesso informiamo sul disvalore anche penale delle condotte violente».

Perché ritiene così importante abbassare l’età dell’imputabilità ai 12 anni?

«È un intervento giuridico non più differibile, proprio perché il sistema dev’essere adeguato alla trasformazione che stiamo notando nei giovanissimi. Ma, come dicevo, le leggi da sole non sono sufficienti: per questo è così importante educare i ragazzi a un uso più consapevole della rete e, sempre in ottica preventiva, a comprendere che le loro azioni hanno sempre delle conseguenze».

Serve un patto politico, istituzionale e generazionale anche con le famiglie?

«Senza dubbio, il ruolo della famiglia è decisivo, come del resto quello della scuola: bambini e ragazzi hanno bisogno di modelli di riferimento positivi per superare gli stereotipi che discriminano le donne e che finiscono per alimentare la violenza. Oltre alla parità, al rispetto e alla fiducia, temi centrali sono il consenso e l’autodeterminazione».

In questi anni di “attività” c’è stata una storia che emotivamente l’ha toccata in quanto persona ma soprattutto come donna?

«Ogni storia di violenza genera un forte coinvolgimento emotivo; e quando si seguono processi di femminicidio è dolorosissimo confrontarsi con lo strazio di chi ha perso una figlia. Inoltre, ammiro il coraggio di coloro che denunciano le violenze pur consapevoli che a volte il percorso processuale porterà ulteriori sofferenze: a una mia assistita, nonostante le nostre opposizioni, sono state rivolte in aula 1675 domande».

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