Il 6 maggio 2026 è stato pubblicato da Save the Children il Dossier Le Equilibriste 2026. Una parte del documento è dedicata al rapporto tra maternità e lavoro e alla child penalty, ovvero la penalizzazione che subiscono le donne nel mercato del lavoro dopo la nascita di un figlio – sul piano occupazionale, delle retribuzioni e delle prospettive di carriera.
La nascita di un figlio rappresenta “uno snodo cruciale nelle traiettorie lavorative, in cui si concentrano e si amplificano le disuguaglianze di genere”. Anche tra le donne (circa la metà di loro) è diffusa la consapevolezza che l’arrivo di un figlio può peggiorare le proprie opportunità di lavoro, in un contesto in cui il modello della famiglia a doppio reddito è sia una condizione necessaria per sostenere i costi della vita, sia una scelta, legata alle aspirazioni individuali e alla maggiore consapevolezza dei rischi legati alla dipendenza economica (il lavoro è anche una forma di protezione).
Nel 2025, secondo i dati forniti dall’ISTAT, un figlio piccolo continua a fare una grande differenza per il lavoro delle donne. Il tasso di occupazione delle madri tra i 25 e i 54 anni con almeno un figlio in età prescolare si ferma al 58,2% mentre tra le donne senza figli in età prescolare è pari al 66,1%.
La presenza di figli minori è associata a un andamento opposto del tasso di occupazione tra uomini e donne. Tra le donne, l’occupazione diminuisce passando dal 68,7% (tra chi non ha figli) al 63,2% (tra chi ha almeno un figlio minorenne), con una riduzione più marcata al crescere del numero di figli (fino al 58,8% tra chi ne ha due o più). Al contrario, tra gli uomini si osserva un aumento significativo: il tasso di occupazione passa dal 78,1% tra chi non ha figli al 92,8% tra chi ha figli minori.
Questo divario contribuisce in modo sostanziale alle disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro. Nel caso italiano, circa il 60% del gender gap occupazionale è spiegato proprio dalla child penalty.
La child penalty non si esaurisce, però, nella partecipazione al mercato del lavoro e riguarda anche le retribuzioni.
Per il 2025, INPS offre una rappresentazione efficace dell’andamento degli stipendi per madri e padri nel periodo post nascita, nel settore privato e pubblico. La penalizzazione salariale associata alla maternità varia in modo significativo tra settore pubblico e privato. Già nell’anno della nascita, le madri sperimentano una riduzione della retribuzione. Nel settore pubblico il calo è contenuto (attorno al 5%), mentre nel settore privato è molto più marcato (vicino al 14%). Nei periodi successivi, il divario cresce ulteriormente: la penalizzazione salariale arriva al 30% circa nel privato, contro il 14% circa nel pubblico. Nel complesso, i dati suggeriscono che il settore pubblico offre una maggiore protezione rispetto agli effetti economici della maternità, mentre nel privato la nascita di un figlio si traduce in una perdita salariale più ampia e duratura.
I dati sulla child penalty rendono visibili con grande chiarezza le divergenze che si producono all’interno delle famiglie dopo la nascita dei figli, mostrando come i costi della genitorialità si distribuiscano in modo asimmetrico tra madri e padri.
Nel dossier si evidenzia anche che i meccanismi che riguardano lo squilibrio di genere, a prescindere dalla genitorialità, sono ampi: tra gli altri, la discriminazione, la segregazione orizzontale (concentrazione di uomini e donne in settori e professioni diversi) e quella verticale (le differenze nelle posizioni gerarchiche all’interno degli stessi ambiti, con le donne meno rappresentate nei ruoli apicali e decisionali).
Nel 2024, secondo i recenti dati INPS, uno degli effetti di queste disuguaglianze è che la retribuzione giornaliera media lorda delle donne nel settore privato è pari a 82,63 euro, contro i 111,25 euro degli uomini, con un gap del 25,7%, che rimane elevato anche nel settore pubblico, seppur più contenuto (20,5%). E ancora: il tasso di occupazione femminile (tra i 15 e i 64 anni) si attesta sul 53,3%, in crescita ma ancora inferiore di 17,8 punti rispetto a quello maschile; il divario nel tasso di inattività resta invece pari a 18 punti percentuali.