Mi chiamo Luisa, la mia storia inizia quando, passati i quarant’anni, conosco un uomo di poco più grande di me che si è mostrato, da subito e poi per un lungo anno, come il migliore che avrei mai potuto incontrare.

Perfetto nelle attenzioni, nella sintonia, pieno di carinerie verso di me e verso la mia famiglia, apparentemente senza strategie e secondi fini, desideroso soltanto di costruire una famiglia con me. 

Prima di vivere questa esperienza, quando leggevo di fatti di violenza pensavo fossero un rischio lontano, un’esperienza che non mi apparteneva, qualcosa che non mi avrebbe mai toccata. 

Nei successivi cinque anni, mi sono invece ritrovata – giorno dopo giorno e quasi senza accorgermene – in una situazione trasformata. Ha cominciato a voler decidere solo lui su tutto: sull’organizzazione familiare e dei fine settimana, e persino sulla gestione delle mie questioni economiche, a dispetto della mia autonomia anche di guadagno. 

Ho iniziato a sentirmi soffocata dalla sua gelosia. Mi ha isolato dalle mie amicizie, che criticava tutte, senza distinzioni, e metteva in cattiva luce e offendeva pesantemente anche i miei genitori, che sono stati sempre discreti e mai invadenti.  Mi sentivo svilita, oltre che spaventata dalle accuse che mi rivolgeva e che nascevano, in modo pretestuoso, da futili motivi. Alla violenza verbale e psicologica è seguita quella fisica. 

Vivevo come dentro un frullatore, in cui la mancanza di rispetto, la costante vessazione, l’atmosfera sempre tesa, la crescente violenza di offese, minacce di morte, gesti intimidatori, scossoni, botte era ormai una costante della vita quotidiana. Per me e per il bambino che era nato nel frattempo.

La paura mi aveva pietrificato, ero cupa, immobile, silenziosa, soggiogata. Mi tenevo tutto dentro, sentivo il peso del segreto che portavo nel cuore, mi vergognavo tremendamente di tutto ciò che succedeva; ritenevo – sbagliando – di doverlo nascondere, per continuare a mostrare all’esterno un’immagine di perfezione: un marito e un padre modello, una coppia felice, una famiglia armoniosa.

Tutto questo mi costava uno sforzo immenso, a poco a poco ho perso l’entusiasmo, l’energia, il sorriso. 

Mi sentivo in trappola: la paura e la mancanza di amor proprio mi hanno portato ad accettare cose inaccettabili.

Ho capito che da sola non ne sarei uscita. Ho chiesto aiuto.

Mi sono rivolta ai carabinieri per far uscire di casa mio marito e alla Fondazione Doppia Difesa Onlus: dovevo spezzare le catene della sua manipolazione e della soggezione in cui vivevo.

Così, persone competenti mi hanno accolto e ascoltato, dandomi la forza di prendere coscienza di quello che mi stava succedendo, di affrontarlo e di denunciare questi comportamenti.

La denuncia è stata un modo per uscire definitivamente dalle sabbie mobili del mio isolamento e della mia passività, per ritrovare la normalità di una vita senza violenza, per poter crescere mio figlio in un ambiente sano e sereno.

Ha insomma dato inizio a un percorso di guarigione delle mie dolorose ferite.

Doppia Difesa è stata per me un punto di riferimento, e per questo ringrazio di cuore il personale della Fondazione.

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