Intervista al Corriere della sera del 25 maggio 2025
ROMA – Da donna, da politica, da avvocato penalista, da madre.
È un appello accorato quello che lancia Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia, ma da sempre attenta al tema del femminicidio, parola che «non si può né si deve cancellare: anzi, ho trovato profondamente sbagliata la raccolta firme delle giuriste contro il nuovo reato». Perché non solo continua ad essere una piaga, ma il fenomeno si sta addirittura «aggravando».
Coinvolgendo fasce d’età sempre più basse — ultimo il caso di Martina Carbonaro — sembra ci si trovi completamente impreparati a capire come i giovanissimi affrontano quello che chiamano amore.
Siamo di fronte ad una sorta di seconda tipologia di femminicidio?
«In qualche modo, sì. Il minimo comune denominatore è sempre lo stesso: la donna è considerata un essere inferiore, che può essere sottomesso con la forza. Fenomeno antico, che addirittura fino al 1981 godeva di una pena mite perché esisteva una sorta di “codice” di comportamento che la donna non doveva violare».
Che oggi non c’è più.
«No, non c’è più. E sono stati fatti passi avanti, per esempio con il Codice Rosso, a mia firma, per velocizzare l’aiuto alle donne che denunciano, il punto è che non sempre le norme trovano corretta applicazione e questo le depotenzia. Ma tutta la società è chiamata a una sfida».
Quale?
«Professionalmente mi trovo davanti a ragazzi sempre più giovani, perché questa è la prima generazione completamente digitale. Assistiamo, fra i ragazzini, a un uso eccessivo e distorto dei social, che veicolano messaggi violentissimi, egocentrati, fondati sulle sfide estreme, sull’ipercontrollo, sulla mascolinità padronale, sull’io che prevale su tutto».
Un esempio?
«Se chiedi a molti ragazzini: “Preferisci baciare una ragazza o postare il tuo bacio con lei?” Ti rispondono: “Postare”. Come se il sentimento che chiamano amore fosse solo una proiezione pubblica di loro stessi. Esistono challenge su “come controlli la tua ragazza?”, “cosa le vieti?” o addirittura video su “come uccidere una donna”. E la dimensione reale e quella virtuale si confondono, portando anche a violenze o all’uccisione della “cosa” che viene percepita come un ostacolo: la donna, la ragazza, il soggetto più fragile, più esposto».
Chi chiama in causa?
«Tutti. Non basta la politica, che su questi temi dev’essere unita. Non basta nemmeno solo la scuola: sì alle lezioni sull’affettività, ma ai ragazzi si deve parlare col loro linguaggio, bisogna entrare nei loro meccanismi, servono figure specializzate, o non passa nulla».
E le famiglie?
«Non crediamo che chi finisce vittima o carnefice sia necessariamente figlio di famiglie disattente o disgregate. La penuria di strumenti per imporre regole base ai figli è un problema che tocca tutti. La prima regola, che per me è faticosa ma necessaria, è limitare al minimo l’uso del cellulare. Sono strumenti potentissimi, non dobbiamo permettere che ne abusino. Diamo limiti stretti. Anche se ci sentiamo persi, perché questa è la prima generazione nata col cellulare in mano».
La politica come può incidere?
«Oggi i ragazzi crescono più velocemente di un tempo e forse potrebbe essere utile anche valutare la possibilità di abbassare l’età dell’imputabilità da 14 a 12 anni. Oltre al piano legislativo, io sono per campagne a tappeto, quasi con vademecum per le ragazze per far capire a cosa devono stare attente: alla gelosia, all’ipercontrollo, ai divieti del partner, alla voce alzata, al famoso “ultimo appuntamento”. Ma serve formazione anche per le famiglie, perché si impongano e non lascino i ragazzi in balìa di immagini, seduzioni, modelli che non hanno la maturità per filtrare. Serve un grande patto politico, istituzionale, generazionale. C’è in ballo la sicurezza di ogni donna, ma anche il futuro di un’intera generazione».