Il 2 ottobre 2025 è stata pubblicata l’opera Il lavoro di cura non retribuito in Italia. Risultati dell’indagine OIL-Federcasalinghe. Messaggi principali, Roma: Ufficio internazionale del lavoro, 2025.

L’indagine, condotta durante il periodo maggio-luglio 2024 su circa tremila associate e associati di Federcasalinghe che svolgono lavoro di cura non retribuito come attività principale, mira a far luce sulla situazione lavorativa e sociale di chi si occupa della cura dei membri della famiglia (cura diretta) e/o della casa (cura indiretta), evidenziandone l’importanza e valorizzandone il contributo economico e sociale. 

Dall’indagine emerge innanzitutto che in Italia il 71% del lavoro di cura non retribuito (cura della casa, dei figli e di altri familiari) è svolto dalle donne.

Più precisamente, il lavoro di cura non retribuito rappresenta l’85% del lavoro non retribuito in Italia. La stima del totale delle ore di lavoro di cura, diretto e indiretto, in un anno in Italia è di 60,7 miliardi, con un valore monetario stimato di 473,5 miliardi di euro. Il 71% di questo valore è prodotto dalle donne. La stima dell’apporto del lavoro di cura non retribuito al PIL italiano si aggira intorno al 26%. Al valore economico si aggiunge il valore sociale: il lavoro di cura è fondamentale per il benessere dei bambini, degli adulti e degli anziani, oltre che per il progresso e la giustizia sociale. 

Dai dati risulta che il lavoro di cura non retribuito influenza la partecipazione delle donne al mercato del lavoro retribuito, nonostante il loro livello di istruzione sia spesso medio-alto: l’82,6% delle donne intervistate non svolge lavoro retribuito per prendersi cura della famiglia. Quasi una madre su due ha lasciato o ridotto l’attività lavorativa dopo il primo figlio; per gli uomini è invece la perdita del lavoro retribuito (licenziamento, pensione o mobilità) la ragione principale che detta la fuoriuscita dal lavoro retribuito (42,3% degli intervistati che svolgevano lavoro retribuito in passato).

Per quasi il 74% delle donne la decisione di intraprendere il lavoro di cura non retribuito deriva da una necessità più che da una scelta. Per molte di loro è scattato l’“effetto trappola”: alla nascita dei figli tante hanno lasciato il lavoro retribuito (circa il 46,5%) per dedicarsi al lavoro di cura; col tempo diminuiscono gli impegni di cura verso i figli ma aumentano quelli rivolti agli adulti e anziani (autosufficienti e non), il che genera un continuum di lavoro di cura non retribuito che si protrae per tutto il corso della vita.

Per quanto riguarda il numero di ore dedicate a questo tipo di lavoro, l’Italia è il secondo Paese UE (dopo il Portogallo) per numero di ore giornaliere (6,06) dedicato dalle donne al lavoro non retribuito, mentre è il terzo (dopo Portogallo e Grecia) per il divario orario di genere, con un tempo dedicato dalle donne maggiore di 2,34 volte rispetto a quello dedicato dagli uomini (OCSE, 2025). Il lavoro di cura non retribuito impegna oltre la metà (52,8%) degli intervistati per un ammontare di ore settimanali superiore a quello del lavoro retribuito. A dedicare 40 e più ore alle attività di cura non retribuita è il 54% delle donne, contro il 34% degli uomini.

Nel documento si mette in rilievo come il lavoro di cura si concretizzi in un cumulo di mansioni legate alla cura sia della casa e dei figli sia a quella degli adulti e degli anziani (cura diretta e indiretta). Tali mansioni ricomprendono quelle proprie di alcune professioni (collaboratrice/ore domestica/o, baby-sitter, addetto/a all’assistenza personale), come pure quelle legate all’educazione dei bambini e alla preparazione dei pasti. Il maggior cumulo di mansioni grava soprattutto sulle donne di età compresa tra i 30 e i 59 anni (60%), che spesso si trovano schiacciate dalla necessità di curare simultaneamente diverse generazioni (ad esempio, figli e genitori anziani), nel cosiddetto “effetto sandwich”. E ancora: sono soprattutto le donne a occuparsi, come caregiver, di adulti e anziani non autosufficienti tra le mura di casa (90,6%), con un impegno orario di gran lunga superiore a quello osservato tra tutti gli altri lavoratori di cura.

Si evidenzia infine che, oltre alla scarsa copertura delle misure di sostegno economico, i carichi di cura non retribuita risultano onerosi a causa della scarsa condivisione dei compiti all’interno del nucleo familiare e della scarsa disponibilità di servizi per l’infanzia e per le persone non autosufficienti. Solo il 18% di chi si occupa di lavoro di cura riceve un aiuto dal partner, e comunque soltanto per poche ore alla settimana (in media, meno di 15), insufficienti a ridurre il carico in modo sostanziale.

Nell’indagine si conclude affermando che azioni di informazione e sensibilizzazione sul lavoro di cura non retribuito sono necessarie per il riconoscimento sia del suo valore sociale ed economico sia per la dignità, il rispetto e le pari opportunità di lavoratrici e lavoratori. Un cambio di paradigma rispetto al riconoscimento, alla valorizzazione e redistribuzione del lavoro di cura non retribuito può essere realizzato attraverso l’abbattimento di stereotipi radicati nella società.

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