Pubblicato su Showlandnews il 18/06/2026

Avvocato Giulia Bongiorno: ”Dal 2007 in poi abbiamo raggiunto dei traguardi importanti, tra cui il Codice Rosso e la legge “anti-inquinamento”.

Quali sono oggi le principali lacune normative nella tutela delle vittime di violenza di genere in Italia?

Si può essere veramente molto soddisfatti dei giganteschi passi avanti compiuti nella lotta alla violenza sulle donne, da una quindicina d’anni a questa parte, grazie alle nuove leggi. Naturalmente, mi riferisco a ciò che è stato fatto sul piano legislativo: non sempre bastano le buone leggi, ma sono orgogliosa di aver dato un importante contributo sia redigendone sia sostenendone alcune. Nel 2007, anno in cui ho costituito la Fondazione Doppia Difesa insieme a Michelle Hunziker, il reato di stalking non esisteva neppure. Era l’inizio della XVI legislatura e io, in quanto presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, ho lavorato al testo e l’ho inserito come priorità nei lavori parlamentari: nel 2009 gli atti persecutori sono diventati reato. Nel 2019 è entrata in vigore la legge n. 69/2019, il c.d. Codice Rosso, legata a un’idea di Doppia Difesa e nata dal caso di una giovanissima vittima di femminicidio, Noemi Durini, uccisa dal fidanzato nel 2017. C’è stato poi il rafforzamento del Codice Rosso, con la legge n. 122/2023, approvata ancora su mia iniziativa. Dal marzo scorso, un’altra legge importante che definisco “anti-inquinamento” – a mia firma e votata all’unanimità – impedisce a chi ha ucciso la propria compagna di farne cremare il corpo e di disperdere prove essenziali per il processo. Infine, ricordo la legge n. 181/2025, che ha introdotto il reato di femminicidio.

Come valuta l’efficacia del Codice Rosso a distanza di alcuni anni dalla sua introduzione?

Il Codice Rosso ha rappresentato una svolta su una questione fondamentale: il tempo che intercorre tra il momento in cui le donne denunciano una violenza e quello in cui l’autorità giudiziaria si fa carico di verificare la gravità dei fatti denunciati per assumere le necessarie iniziative. Un tempo che spesso fa la differenza tra la via e la morte, consentendo l’adozione tempestiva delle misure di protezione più adeguate. Inoltre, anche grazie a questa legge, è stata migliorata la formazione delle Forze dell’Ordine, che devono saper valutare il pericolo, soprattutto se imminente, intervenendo senza ritardi.

Quali strumenti legali risultano più incisivi nel garantire protezione immediata alle vittime?

Sono essenziali la rapidità dell’intervento e la competenza di chi interviene, ecco perché il Codice Rosso è un’ottima legge. Naturalmente, poi, esiste il tema essenziale dell’applicazione delle misure cautelari più idonee a prevenire conseguenze irreparabili; non sempre, infatti, la misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla vittima o l’allontanamento d’urgenza dalla casa famigliare sono sufficienti a tutelare la vittima.

In che modo la Fondazione Doppia Difesa collabora con le istituzioni per migliorare l’accesso alla giustizia?

Come ho detto, siamo da sempre attivi nel sollecitare l’adozione di nuove leggi per arginare la violenza e quotidianamente lavoriamo per far uscire dal silenzio le vittime e denunciare.

Quali difficoltà incontra più frequentemente nel percorso giudiziario una donna che denuncia?

Prima della denuncia, ma spesso anche dopo, la paura di non essere credute è uno degli ostacoli più difficili da superare. Purtroppo, durante i processi è frequente la cosiddetta “vittimizzazione secondaria”: condizione di ulteriore sofferenza e oltraggio sperimentata dalla vittima in relazione a un atteggiamento svalutante o negligente di coloro che intervengono a tutela delle vittime stesse; basti pensare ai casi in cui chi è chiamato a giudicare compie valutazioni moralizzanti, che evidentemente comportano afflizioni aggiuntive. Anche per questo, la legge n. 181/2025 prevede che, nell’esame testimoniale delle vittime di particolari reati, le domande siano formulate in modo da non ledere la dignità e il decoro della persona offesa, evitando ogni ulteriore forma di vittimizzazione.

Ritiene che la formazione degli operatori del diritto sia adeguata sul tema della violenza di genere?

La formazione è prioritaria: se non si riconosce la gravità, non si interviene nei tempi giusti; dev’essere costante e uniforme, ed è stato un bene rafforzare gli obblighi formativi con la legge n. 181/2025. L’implementazione di tali obblighi e la qualità della formazione di coloro che intervengono in favore delle vittime sta progressivamente migliorando, ma credo che non ci si possa mai ritenere soddisfatti. Dobbiamo raggiungere un traguardo: nessuna vittima deve entrare in contatto con operatori non adeguatamente competenti e formati; e non dev’esserci più spazio per la normalizzazione di condotte violente.

Quali riforme legislative considera prioritarie nei prossimi anni?

Per chiarezza ribadisco che la legge è essenziale, ma da sola non basta. Servono prevenzione ed educazione; serve lavorare sulla valorizzazione delle donne, anche perché la violenza è la degenerazione della discriminazione; serve che le leggi siano correttamente applicate. Sul piano legislativo, in primis è necessario velocizzare i processi. Al contempo, è necessaria – come ho detto – una riforma organica della materia della violenza sessuale, una riforma che non può essere condizionata dalla militanza ideologica e che richiede equilibrio e studio approfondito da parte di tutti. Sto lavorando molto per trovare una sintesi tra posizioni al momento ancora lontane. La mia ultima proposta riguarda l’introduzione di un consenso riconoscibile: ritengo infatti che il reato vada centrato sulla volontà della donna.

Come si può bilanciare il diritto alla difesa con la necessità di protezione urgente delle vittime?

Attraverso la redazione di norme tecnicamente equilibrate rispetto a tutti gli interessi in gioco e che ne consentano un’applicazione uniforme. La precisione delle norme penali è imprescindibile. Naturalmente, tutti hanno diritto a una difesa, anche chi è accusato di aver commesso gravi reati. Tuttavia, abbiamo visto cosa può accadere se, in ambito di violenza di genere, non si agisce in ottica preventiva. Prevenire le conseguenze di tali tipologie di reato deve rimanere una priorità sia legislativa sia giurisdizionale.

Che ruolo hanno le prove digitali nei casi di violenza e stalking oggi?

L’ampio ricorso ai dispositivi tecnologici fa sì che la portata della violenza e i suoi effetti devastanti sulla vittima siano amplificati: pensiamo, per esempio, alla diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti (il cosiddetto revenge porn) o alle condotte moleste o controllanti che lo stalker commette anche online.

In che modo la Fondazione monitora e misura l’impatto delle proprie attività legali?

Il fatto che una donna esca dal silenzio e denunci grazie all’aiuto dei nostri legali e dei nostri psicologi rappresenta un traguardo: parlando, smette di essere ostaggio dell’aggressore. I percorsi spesso sono lunghi, ma a distanza di tempo è bello vedere che alla fine si riesce ad avere una nuova vita.

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Michelle Hunziker: “Mi sono impegnata per aiutare chi non poteva essere lasciata sola”

Cosa l’ha spinta personalmente a impegnarsi così profondamente in Doppia Difesa?

Nel 2004 avevo uno stalker molto, molto insistente: mi tempestava di lettere, mi aspettava sotto casa, me lo ritrovavo in camerino… Insomma, ero molto in pensiero, anche perché mia figlia Aurora era ancora piccola. Ho chiesto aiuto alla polizia, ma all’epoca non c’era una legge che tutelasse le donne vittime di comportamenti persecutori, il reato di stalking non esisteva ancora. Allora mi sono rivolta al miglior avvocato penalista su piazza: Giulia Bongiorno l’ho conosciuta così. Siamo diventate amiche e insieme abbiamo deciso di impegnarci – lei con la sua competenza professionale, io con la mia popolarità e la mia experience sui media – per far emergere una grave lacuna normativa: lo Stato doveva assolutamente fare qualcosa per tutelare le donne che si trovavano nella situazione in cui mi ero trovata io ma che non avevano le risorse e gli strumenti per affrontarla. Di lì a poco, nel 2007, abbiamo costituito la Fondazione Doppia Difesa: per aiutare le vittime di violenza sul piano legale e psicologico, ma anche per sollecitare norme di contrasto. Come poi è avvenuto con la legge sullo stalking del 2009 e con il Codice Rosso del 2019.

Qual è stata la testimonianza che più l’ha colpita emotivamente tra quelle ascoltate?

Questa è una domanda davvero difficile… Negli anni abbiamo incontrato donne di ogni età ed estrazione sociale, le loro storie sono tutte terribili. Come dimenticare, per esempio, Imma Rizzo? Sua figlia Noemi, a sedici anni, è stata uccisa dal fidanzato, anche lui giovanissimo. Tra le tante, poi, ricordo una donna violentata su un treno, in pieno giorno, da un controllore… Storie che hanno dell’incredibile, ma purtroppo sono vere, verissime.

Quanto è importante, secondo lei, il racconto pubblico delle vittime per rompere il silenzio?

La testimonianza di chi ha subìto violenza è preziosa per le altre donne: le porta innanzitutto a essere più vigili, per esempio a rifiutare il famoso ”ultimo appuntamento” dall’uomo che hanno lasciato, appuntamento che spesso – come la cronaca dimostra – si rivela fatale; ma le aiuta anche a trovare il coraggio di denunciare tempestivamente. L’amore dev’essere luminoso, bello, gioioso… Al primo schiaffo bisogna subito mettere le cose in chiaro, senza mai normalizzare e tollerare la violenza, e senza illudersi di poter cambiare un uomo che maltratta, offende, picchia.

In che modo si può aiutare una persona a trovare il coraggio di denunciare?

La solitudine e la paura, per i propri figli o per le conseguenze di una denuncia, possono avere un effetto paralizzante. Le donne che si rivolgono a Doppia Difesa vengono innanzitutto ascoltate, senza giudizi, comprese e confortate: sembra poco, ma è già tantissimo, perché così non si sentono più sole. E offriamo subito le indicazioni per avviare un percorso di uscita dalla violenza che sia anche di protezione, per sé e per gli eventuali figli. È necessario anche sensibilizzare amici e familiari, che possono sostenere e incoraggiare.

Che messaggio vorrebbe dare a chi oggi vive una situazione di violenza ma ha paura di chiedere aiuto?

Direi di rivolgersi con fiducia a strutture antiviolenza come Doppia Difesa. Troveranno personale specializzato in grado di guidare le vittime e di assisterle su un duplice fronte – legale e psicologico. Rassegnarsi a subire può avere conseguenze fatali, ma fermare la violenza è possibile.

Come gestisce emotivamente il contatto continuo con storie così difficili?

Per me e per Giulia Bongiorno, Doppia Difesa è anche un modo per ringraziare la vita di tutto quello che ci ha riservato e ci riserva ogni giorno: ci sentiamo molto fortunate. Inevitabilmente, mi immedesimo nelle storie che ci vengono raccontate… E alle donne che aiutiamo, attraverso il prezioso lavoro degli psicologi e degli avvocati, cerco di infondere un po’ della mia forza. Quando le incontro, tante mi abbracciano e mi ringraziano… È davvero molto commovente.

Quanto è importante il supporto psicologico oltre a quello legale?

Moltissimo. Spesso le donne che subiscono violenza provano, paradossalmente, senso di colpa e vergogna: questo, insieme alla paura di guai peggiori o di non essere credute, le trattiene dal cercare aiuto. I nostri psicologi lavorano con impegno e passione in sinergia con gli avvocati, penalisti e civilisti.

Crede che la società stia cambiando davvero nella percezione della violenza sulle donne?

Sono stati fatti importanti passi avanti. Sino a non tanto tempo fa il fenomeno veniva sottovalutato e se ne parlava decisamente meno, anche in televisione e sui giornali. Un dato molto positivo è l’accresciuta sensibilità degli uomini: la battaglia contro la violenza ci riguarda tutti e senza il loro coinvolgimento, non potrà mai essere vinta. Di certo, però, c’è ancora molto da fare. Le dinamiche violente sono legate innanzitutto a un fattore culturale, alla diffusione di pregiudizi e stereotipi: bisogna contrastarli, e possibilmente sradicarli, lavorando soprattutto sui più giovani e spiegando loro che il rispetto reciproco è l’unica strada da percorrere.

Che ruolo possono avere i media nel sensibilizzare senza spettacolarizzare il dolore?

I media sono utili per sottolineare la gravità del problema. Parlare della violenza è un dovere, prima che una scelta. Si dovrebbe parlare soprattutto di quello che è possibile fare per contrastarla! Favorisce nelle vittime la consapevolezza che è il primo passo per uscirne; inoltre, le aiuta a sentirsi meno sole e può incoraggiarle a chiedere aiuto. È nociva, invece, la spettacolarizzazione del dolore, che ha come unico effetto quello di ferire le vittime e i loro cari.

Doppia Difesa usa gli spot televisivi per alcune delle sue campagne sociali, che hanno lo scopo di informare sugli strumenti di tutela e di sensibilizzare, contribuendo così a estirpare le radici culturali della violenza e a prevenirla.

Qual è la speranza più grande che porta avanti con il suo impegno nella Fondazione?

Lasciare un segno positivo nella vita delle tante donne che abbiamo aiutato e in quella delle donne che aiuteremo. Ma spero anche di dare un esempio concreto alle mie figlie e di vedere un cambiamento autentico, profondo, nelle nuove generazioni: vorrei che quella parità e quell’eguaglianza che noi genitori, la scuola e le istituzioni mettiamo al centro del nostro programma educativo fossero per loro, finalmente, una realtà consolidata.

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