Pubblicato su Oggi n.40 del 3 ottobre 2019.

Sono preoccupata per mia sorella: il fidanzato le sta rendendo la vita impossibile con la sua gelosia morbosa. La sorveglia ovunque, persino in ufficio. Ho sentito parlare di gelosia anche nei processi per violenza sulle donne, ma ho le idee un po’ confuse su cosa costituisce reato e cosa no.
Monica

Esiste un confine ben preciso tra un sentimento di gelosia che definirei quasi fisiologico, temperato e contenuto dall’intelligenza, dalla ragione, dalla civiltà, e una gelosia morbosa che degenera in aggressività, mania di controllo, ossessione. Alla radice c’è in entrambi i casi il timore di “perdere” la persona amata, ma ben diversa è la concezione del rapporto di coppia e dunque la gestione di questo timore: chi considera l’amore come l’unione di due individui alla pari, che si rispettano e si fidano l’uno dell’altro, ciascuno con i suoi interessi, le sue amicizie e i suoi gusti, certamente non pretende di controllare il partner, tantomeno lo opprime, lo minaccia o pretende di piegarlo alla sua volontà; chi invece vive l’altro come una sua proprietà, non accetterà la benché minima manifestazione di autonomia e indipendenza. In questi casi, fatalmente il rapporto degenera ed è destinato a spezzarsi, spesso con conseguenze tragiche – basta leggere i giornali per rendersene conto.
Qual è l’atteggiamento della giustizia di fronte al tema della gelosia?
Una sentenza della Corte d’Appello di Bologna (n. 29/2018) ha considerato di recente una “soverchiante tempesta emotiva e passionale” (riferita in sostanza alla gelosia) idonea a incidere sulla misura della responsabilità del reo, come attenuante generica, nell’ambito di un femminicidio; al contrario, un precedente della Cassazione (n. 1065/1982) aveva affermato che il sentimento della gelosia (legato a un ingiustificato autoritarismo derivante dalla personalità violenta dell’imputato) impone il diniego delle attenuanti generiche che non possono essere riconosciute “in conto della gelosia devastatrice dello spirito”. Nella stessa direzione va un’altra recentissima sentenza della Cassazione (n. 32781 del 22.07.2019) riferita al caso di un uomo geloso che controllava in maniera maniacale la convivente, oltre a maltrattarla e minacciarla; i giudici supremi hanno corretto il ragionamento fatto dal tribunale, che aveva addirittura assolto l’uomo “geloso” per insussistenza del reato di maltrattamenti.
I controlli, le videochiamate, gli interrogatori continui non sono insomma da considerare “normali” episodi di gelosia e comportamenti tipici della fine di una relazione sentimentale, ma condotte offensive e anche le minacce sono penalmente rilevanti (ai fini del reato di maltrattamenti ex art. 572 c.p.) quando abituali e tali da imporre a chi li subisce un regime di vita vessatorio e mortificante.
Il controllo della vita sociale e intima di una persona non diventa accettabile solo perché determinato dalla gelosia, un sentimento che non esclude il reato. Sottovalutare l’aggressività e le manie di controllo è un grave errore: sono campanelli d’allarme che – come la cronaca dimostra – è molto pericoloso ignorare e rispetto ai quali bisogna cercare di tutelarsi adeguatamente.

Giulia Bongiorno

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