Pubblicato su Oggi n.7 del 21 febbraio 2019.

La mia migliore amica e suo marito litigano molto spesso, purtroppo anche violentemente. Quando sono diventati genitori ho sperato che, per amore del bambino, riuscissero a contenersi, invece la situazione è immutata. Adesso il bambino ha quattro anni e, dato che litigano anche davanti a lui, capisce tutto. Ho sentito parlare di “violenza assistita”, riguardo ai figli che assistono ai litigi dei genitori, e sono preoccupatissima. Può spiegarmi bene di che cosa si tratta?
Agata

Con l’espressione violenza assistita si fa riferimento a comportamenti vessatori che non sono rivolti direttamente in danno dei figli minori ma li coinvolgono indirettamente. I figli sono cioè involontari spettatori delle liti tra i genitori che si svolgono in casa. Quando queste condotte vessatorie sono abituali, e tali da provocare uno stato di sofferenza psicofisica nei bambini che vi assistono, si può anche configurare il delitto di maltrattamenti previsto dall’art. 572 del codice penale.
Secondo quanto chiarito dalla giurisprudenza della Cassazione (tra le altre, sentenza n. 18833 del 2 maggio 2018), la norma sanziona la condotta di chi maltratta: in questa definizione possono rientrare non soltanto percosse, lesioni, ingiurie, minacce, privazioni e umiliazioni imposte a una persona, ma anche gli atti di disprezzo e offesa alla sua dignità che si risolvano in vere e proprie sofferenze morali; quindi, anche atti che di per sé non costituiscono reato. Inoltre, non necessariamente deve trattarsi di specifici atti vessatori compiuti nei confronti di qualcuno: ai fini del reato, può essere rilevante anche il “clima” che si instaura all’interno della famiglia in conseguenza di atti di sopraffazione indistintamente e variamente commessi a carico di persone che si trovano in posizione di soggezione rispetto al maltrattante. È necessario però che le condotte vessatorie siano reiterate nel tempo (la cosiddetta abitualità) – seppur per un periodo limitato – e tali da cagionare una sofferenza fisica o morale continuativa nelle vittime.
Nella sentenza che ho citato, si specifica proprio che il delitto di maltrattamenti può essere configurato anche nel caso in cui i comportamenti vessatori non siano rivolti direttamente in danno dei figli minori, ma li coinvolgano (solo) indirettamente, quali involontari spettatori di liti e scontri all’interno delle mura domestiche. In altre parole, il reato può ricorrere quando essi siano vittime della cosiddetta violenza assistita, così definita perché l’azione è rivolta a colpire non direttamente loro ma uno dei genitori, oppure consiste in una reciprocità di offese tra i genitori.
Un fenomeno molto comune, secondo i più recenti dati Istat: nel 2014 la percentuale dei figli che hanno assistito a episodi di violenza sulla madre era pari al 65,2 per cento – un dato in aumento rispetto a quello registrato nel 2006. Anche la Cassazione ha ricordato che è pacifico, per la scienza psicologica, che anche bambini molto piccoli percepiscono quanto avviene nell’ambiente che li circonda: assorbono dunque gli avvenimenti violenti, riportandone ferite psicologiche indelebili e con inevitabili ripercussioni negative sullo sviluppo della loro personalità. Purtroppo, spesso si sottovaluta l’effetto sui minori dell’odio tra i genitori: non si tratta naturalmente di prendere le parti dell’uno o dell’altro, si vuole soltanto focalizzare l’attenzione sul dato di fatto che – a prescindere da torti e ragioni – per i figli è molto doloroso assistere a scontri e litigi.
In ogni caso, tenga conto che, proprio perché si fonda su di una relazione indiretta fra chi maltratta e la vittima, il delitto di maltrattamenti derivante da una condotta riferita alla cosiddetta violenza assistita implica una prova rigorosa: bisogna infatti accertare da un lato l’abitualità del comportamento come sopra descritto e dall’altro che esso abbia cagionato, secondo un rapporto di causa-effetto, uno stato di sofferenza psicofisica nei minori spettatori passivi.

Giulia Bongiorno

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