Studio giurisprudenza e mi piacerebbe diventare avvocato. Una volta tanto, mi sento incoraggiata da una notizia letta sul giornale: pare che le donne avvocato siano ormai davvero moltissime. Secondo lei è davvero così?

Albina

 

C’è stato un tempo in cui l’avvocatura era “un mestiere per uomini”, e non era soltanto una questione di tipo culturale: per legge, le donne non potevano diventare avvocato, e nemmeno studiare giurisprudenza! In Italia, Maria Pellegrini Amoretti poté laurearsi in diritto solo nel 1777; Lidia Poët, dopo la laurea e la pratica forense, nel 1883 ottenne l’iscrizione all’Albo ma si vide poi precludere l’accesso all’attività professionale da due sentenze. Si dovrà attendere la legge n. 1176 del 1919 per avere la prima donna avvocato. Anche all’inizio della mia carriera gli avvocati penalisti donna erano pochissimi.

Oggi – anche sulla base dei dati offerti dal Rapporto 2018 sulle libere professioni in Italia (realizzato dalla Fondazione Osservatorio delle libere professioni di Confprofessioni) – emerge una realtà ben diversa, specie per l’avvocatura: le donne avvocato sono diventate davvero tante.

E se da questo stesso Rapporto emerge anche – purtroppo – che i due terzi dei professionisti italiani sono uomini, ci sono tuttavia dati incoraggianti sull’evoluzione nel tempo della composizione di genere femminile nel settore delle libere professioni a livello nazionale: otto anni fa la quota femminile era al di sotto del 28 per cento; oggi si attesta sul 35 per cento. Questo significa che il settore complessivo dei liberi professionisti è cresciuto grazie all’espansione della componente femminile, aumentata del 53 per cento tra 2009 e 2017. Le donne, in altre parole, hanno trainato la crescita delle libere professioni, mentre gli uomini sono cresciuti meno della metà.

Un altro dato su cui riflettere è che l’incremento della presenza femminile è stato notevolissimo in alcuni settori e molto meno notevole in altri. Di certo la professione di avvocato (oltre a quella di psicologo e di paramedico) è cresciuta numericamente proprio grazie all’ingresso di donne. In particolare, secondo i dati di Cassa Forense riferiti al 2017, le donne avvocato sono pari al 48 per cento degli iscritti agli albi forensi. Lo stesso, grosso modo, vale per le professioni educative, per i veterinari e per gli specialisti in scienze umane. Al contrario, professioni trainate dall’apporto maschile sono quelle dell’area amministrativa (per es., contabili e consulenti finanziari), del giornalismo, dell’informatica e del settore tecnico-scientifico.

Il Rapporto reca anche due tabelle in cui si elencano le professioni a prevalenza femminile e quelle a marcata prevalenza maschile. Nella prima figurano le specialiste in scienze psicologiche e psicoterapeutiche, le biologhe, le specialiste in discipline linguistiche, letterarie e documentali. In questi ambiti, già tradizionalmente “femminili”, le donne oggi coprono tra il 67 e l’82 per cento dell’occupazione; di recente è aumentata anche la prevalenza delle donne nella professione veterinaria (60 per cento), nelle professioni paramediche (54 per cento) e in quelle educative (53 per cento). Molto più lunga, ahimè, la lista dei gruppi professionali che mantengono una netta preponderanza di uomini. Tra questi spiccano geologi, geofisici, agenti di commercio, geometri e tecnici della produzione, informatici e ingegneri, con quote superiori all’80 per cento; a seguire, notai, agronomi, addetti amministrativi, contabili e finanziari, specialisti in scienze matematiche, chimiche e fisiche. Insomma: il divario nelle professioni, tra donne e uomini, esiste ancora.

Da ultimo, anche il Global Gender Gap Report 2018 (del World Economic Forum) – che comunque ha visto l’Italia risalire la classifica del divario di genere (all’82° posto nel 2017, oggi è al 70°) – fotografa una realtà che, ancora adesso, vede classificazioni contrapposte tra “mestieri da donna” e “mestieri da uomo”. Non succede solo in Italia; nel Rapporto si stima che a livello globale ci vorrà molto tempo prima di colmare il “gender gap” sul posto di lavoro: per l’esattezza, 202 anni!
Non credo che possiamo permetterci di attendere tanto.

Giulia Bongiorno

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